Dopo il mese di Ramadan: del digiuno e dell’avversità di Tariq Ramadan

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Il mese di Ramadan si è appena concluso e nel mondo quasi un miliardo e mezzo di donne e uomini hanno digiunato con disciplina e dedizione. Hanno così dato vita all’esperienza di tutte le religioni e spiritualità del mondo: controllare la propria fame, la sete, il corpo e la propria umanità per liberare le energie più nobili dell’essere. Un’aspirazione al divino, alla generosità, alla compassione che comincia con la resistenza nei confronti di se stessi e col donare nei confronti degli altri. Un mese di disciplina che insegna il senso profondo della dignità e della libertà per gli esseri umani, in mezzo agli esseri umani.

Il digiuno è prima di tutto un esercizio che permette di identificare e gestire le avversità in tutte le sue forme. Con la fede, con la coscienza, il digiuno richiama le donne e gli uomini ad una maggiore lucidità. Invece di guardare verso l’esterno e contare i propri potenziali nemici, la pratica del digiuno è un richiamo a volgere lo sguardo verso l’interiorità e affrontare la più grande sfida dell’essere: l’io, l’ego, sia in relazione a sé stessi che agli altri. Si tratta quindi di autocontrollarsi, di prendere coscienza delle proprie illusioni, di diventare l’agente del proprio agire, e non più l’oggetto delle proprie pretese o dello sguardo degli altri. La filosofia del digiuno richiede di conoscersi, di sapere controllarsi, di controllarsi per conoscersi – di assoggettarsi alla disciplina per liberarsi. Digiunare è individuare le proprie dipendenze e liberarsene. Prima avversità.

Si tratta chiaramente di controllare il proprio egoismo. Uscire da se stessi, attraverso il controllo, e imparare il dono attraverso l’educazione. Digiunare obbliga a riscoprire il vivente e riconciliarsi con l’ambiente. Digiunare con il corpo è un appello a vedere meglio con il cuore: il Corano ci ricorda che sono i cuori a diventare ciechi, non gli occhi. Un cuore cieco vede solo se stesso e le proprie illusioni e non sa contemplare la natura, le specie viventi e i propri simili. Niente fede, niente digiuno, senza solidarietà. Uscire da se stessi e diventare una presenza del corpo, un darsi del cuore, un dono dell’essere. La natura degli esseri umani è quella di prendersi cura di se stessi e di consumare, l’aspirazione spirituale della persona che digiuna è quella di diventare attenta agli altri e donare costantemente. Seconda avversità.

Tra la prigione dell’io e la solidarietà con gli altri, in dialogo con il Divino, si tratta di trovare un equilibrio. La più grande sfida dell’essere umani è quella di essere e permanere nell’armonia della via mediana di cui parla il Corano: edificarsi come una comunità spirituale del giusto mezzo. Si tratta di nutrire delle speranze spirituali che non dimentichino le condizioni naturali: il digiunare del giorno obbliga anche a ricordare il diritto di ciascuno a rompere il digiuno durante la notte, e in tutta la vita. Non ci può essere libertà da se stessi se la dignità dell’essere non viene rispettata. Per questo la miseria, l’ingiustizia, l’oppressione, la tortura che per essenza, impedisce l’esperienza del digiuno nobile e libera, sono scandali contro cui è necessario lottare, senza mai accettare. La ricerca del divino rende indispensabile non accettare alcun compromesso sui diritti fondamentali degli esseri umani. Terza avversità.

Così l’esperienza del digiuno è allo stesso tempo fondamentalmente individuale e imperativamente collettiva. A ciascuno, nell’intimità e nella vita sociale, viene chiesto di imparare ad uscire da stesso, essere dolce, buono, generoso e pieno di compassione, come diceva il Messaggero (pace su di lui): “Dio è dolce ( Rafiq) e ama la dolcezza (ar-rifq) in tutto. Egli dà per la dolcezza ciò che non dà con la violenza “. Con il controllo di sé, del proprio corpo, delle pulsioni, della lingua, il digiuno insegna la solidarietà, la generosità, il rispetto in nome della comune dignità umana. E’ in nome di questa stessa dignità, che l’esperienza del digiuno chiama le coscienze a rispettare i diritti fondamentali delle donne e degli uomini, ad essere coraggiosi e osare sempre la parola della verità davanti ai torturatori, gli sfruttatori, i razzisti , e gli intolleranti.
Digiunare è essere in piedi con determinazione contro coloro che sfruttano i poveri, opprimono i popoli, diffondono il razzismo (tutti i tipi di razzismo senza eccezioni), negano la libertà di coscienza e di culto, restringono la libertà espressione, ecc. Digiunare in nome dei diritti elementari di ciascuno, è dunque resistere alla follia degli esseri in nome della dignità umana. Si tratta davvero di uscire da se stessi per fare rispettare la dignità di ognuno, i diritti di tutti e della collettività. Digiunare è sia una introspezione che una rivendicazione e un messaggio per l’umanità: resistere a se stessi e alle proprie illusioni è la condizione e il requisito indispensabile per essere agenti di una pace umana basata sull’uguaglianza e la libertà, il rispetto e la giustizia. Ultima avversità. Essa insegna i segreti della riconciliazione al di là delle nostre debolezze e le nostre contraddizioni umane: non c’è libertà senza disciplina, non c’è pace senza lotta o resistenza.

Digiunare rivela lo strano destino umano: la serenità delle coscienze autonome si acquisisce solo con una decisa lotta contro la dittatura di illusioni, bisogni o despoti. Il mese di Ramadan si conclude e ci insegna che la nostra umanità richiede una coscienza lucida e un impegno permanente per sé e per gli altri.
Fino a quando un altro Ramadan non ritorni e ci ricordi, di fronte a tutte le avversità, e con profonda serenità che “, è a Lui noi apparteniamo e a Lui che noi ritorniamo”.

Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte

fonte: www.islam-online.it

Pubblicato Domenica 02 Settembre 2012 - 10:31 (letto 2549 volte)
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