Karman Tawakkul (Premio Nobel): «Egitto tradito dall'esercito» - Umberto De Giovannangeli

societacostume.pngsconosciuto ha scritto:

È stata la prima donna araba a ricevere il premio Nobel per la Pace. È la più giovane donna in assoluto ad essere stata insignita di questa prestigiosa onoreficenza: Tawakkul Karman, 34 anni, yemenita, premio Nobel per la Pace 2011, è la donna simbolo della sollevazione non violenta contro il regime di Ali Abdullah Saleh...

Musulmana, Karman è profondamente convinta che «Islam e democrazia non siano tra loro inconciliabili» e che il dialogo tra «Islam e Occidente non sia solo necessario, ma possibile, a patto che sia un vero dialogo tra pari, senza alcuna presunzione, da nessuna delle due parti, di essere depositari di una verità assoluta da brandire contro il “Male assoluto”».

Il senso del suo impegno politico e professionale (è giornalista), è racchiuso in una frase che Karman ribadisce anche in questa intervista: «Pace non significa fermare la guerra, ma fermare l’oppressione e l’ingiustizia».

Da araba e musulmana, la Nobel per la pace, leader del principale partito islamico yemenita Islah, anima della primavera yemenita, prende posizione sugli avvenimenti che marchiano a sangue due tra i più importanti Paesi arabi: Egitto e Siria. Quanto alla difficile transizione che investe il suo Paese, lo Yemen, la Nobel per la pace lancia un appello agli Stati Uniti: «Chiediamo solo che voi, rispettiate le regole internazionali sui diritti umani e i diritti del popolo yemenita alla libertà e alla giustizia - dice Tawakkul Karman -.
A nome di molti dei giovani coinvolti nella rivoluzione dello Yemen, io assicuro il popolo americano che siamo pronti a partecipare a un’autentica partnership. Insieme, possiamo eliminare le cause dell’estremismo e la cultura del terrorismo mediante un rafforzamento della società civile e l’incoraggiamento dello sviluppo e della stabilità».

In Egitto oggi si apre il processo contro la leadership dei Fratelli musulmani. Lei è stata accusata di essersi schierata apertamente con la Fratellanza.

«Io non ho preso posizione per i Fratelli musulmani, io ho preso anzitutto posizione contro il colpo di Stato dei militari. Un colpo di Stato che non solo ha messo in discussione la presidenza di un uomo (Mohamed Morsi) liberamente eletto dal popolo egiziano, ma quel golpe guidato dal generale al-Sissi rappresenta anche una sfida alla rivoluzione egiziana e alla Primavera araba».

Resta il fatto che la presidenza Morsi aveva fallito molti degli obiettivi che aveva enunciato.

«Ma questo non giustifica affatto il colpo di Stato e la messa fuorilegge di un movimento che, piaccia o no, è fortemente radicato nella società egiziana, come hanno dimostrato sia il voto a Morsi che il referendum costituzionale. Non sarò io a ergermi a giudice dei successi e dei fallimenti, non ho titoli per farlo, ma ciò che mi preme sottolineare è che in nessun caso la repressione di piazza, l’arresto in massa di dirigenti e attivisti della Fratellanza, lo scioglimento d’imperio del Parlamento, possono essere giudicati un passo in avanti in direzione della democrazia. Quello che il colpo di Stato dei militari ha cancellato è lo spirito di Piazza Tahrir».

Il generale al-Sissi replicherebbe che l’intervento dei militari è stato giustificato proprio dalla difesa di quello «spirito» minacciato dalla Fratellanza.

«Questa è una giustificazione a cui non credono più neanche quei movimenti che pure avevano fortemente contestato la presidenza Morsi. E poi, non è che la riconciliazione nazionale possa fondarsi sulla criminalizzazione di una parte in causa. Così si fa solo il gioco di chi, anche in campo islamista, punta alla radicalizzazione e allo scontro violento. Ma forse è proprio questo l’obiettivo del generale al-Sissi. Vorrei mettere in chiaro una cosa...».

Quale?

«Ho fatto riferimento a quei movimenti, come Tamarrod (Ribelli) che prima del golpe del 3 luglio avevano guidato la protesta pacifica contro la presidenza Morsi. Ebbene, all’inizio io ho sostenuto quella protesta, e l’ho fatto perché speravo che portasse alla fine della spaccatura all’interno della società egiziana, e alla costruzione di un Paese fondato sulla collaborazione piuttosto che sulla regola della maggioranza ristretta che ambisce a tutto. Ma questa aspettativa è venuta meno con il colpo di mano dei militari e con tutto ciò che ne è seguito, migliaia tra morti e feriti e le carceri riempite di attivisti contrari alla destituzione di Morsi.
La democrazia non veste la divisa. E insisto nel dire che il golpe egiziano rappresenta una minaccia per la “Primavera araba”: perché quella “Primavera” aveva come obiettivo quello di costruire la democrazia. Il golpe dei militari ne è l’antitesi. Il golpe mina ogni cosa. Il generale al-Sissi ha ripetuto più volte che i militari sono al servizio del popolo. Ma una parte di quel popolo è stata brutalmente repressa e incarcerata.
Mi si lasci almeno dubitare della loro conclamata volontà di servizio. Così come è innegabile che il governo posto in essere dai militari stia tornando ai metodi autocratici del passato.
La verità è che l’attuale regime egiziano ha spodestato il primo presidente eletto liberamente nella storia del Paese, ha sospeso una costituzione che aveva ottenuto il 60% dei consensi in un referendum, e ha completamente escluso i Fratelli musulmani e il Partito della Giustizia e Libertà (il braccio politico della Fratellanza, ndr) dalla vita politica. Non ci sono opzioni limitate per quelli di noi che hanno a cuore il futuro dell’Egitto: possiamo scegliere di stare o con i valori civili, o con il governo militare, e la loro tirannia, e coercizione».

Un altro scenario insanguinato è quello siriano. Lei ha usato parole durissime contro il presidente Bashar al-Assad.

«Parole inadeguate a dar conto delle sofferenze che quel dittatore ha inflitto al popolo siriano. Il posto giusto per Assad non è a un tavolo della pace ma sul banco degli imputati davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja dove dovrebbe rispondere dei crimini di guerra e contro l’umanità di cui si è macchiato. In una Siria davvero libero e pacificata non può esserci posto per lui. Assad resta un satrapo sanguinario, con o senza le armi chimiche».



Pubblicato Martedi 19 Novembre 2013 - 06:43 (letto 1635 volte)
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