La Terra dell’Incarnazione: i suoi figli hanno bisogno di mediazione culturale - Claudio Fontana

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(Intervista a Mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario del Patriarcato latino di Gerusalemme per Israele a Nazareth)
Papa Francesco arriverà in Terra Santa dopo i viaggi storici di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II e prima ancora di Paolo VI.
Come è cambiata, se è cambiata, la percezione che ha il popolo di questi pellegrinaggi?

Ogni pellegrinaggio mantiene aspetti comuni ai precedenti, ai quali ne unisce altri davvero speciali. Io ho potuto assistere come seminarista al viaggio di Paolo VI nel 1964, poi come organizzatore ho partecipato a quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Anche quello di Papa Francesco sarà un pellegrinaggio di “preghiera e di penitenza” – come diceva soprattutto Paolo VI – e pastorale, cioè di contatto personale con la gente del posto. Naturalmente, poi, un viaggio del Papa è fatto anche di relazioni diplomatiche che egli intrattiene con i capi di stato con cui entrerà in contato e cioè quelli di Giordania, Palestina e Israele. Questi aspetti sono presenti ora, così come erano presenti nelle precedenti occasioni. La differenza è che questa volta lo Stato di Israele ha imposto delle condizioni sine qua non e ha chiesto di introdurre degli aspetti diplomatici e protocollari nuovi. Ci sarà per esempio la visita al Muro del pianto, al grande rabbinato e a Yad Vashem, ma hanno aggiunto anche la deposizione di una corona di fiori alla tomba di Herzl, oltre che le due visite ufficiali al Capo di Stato e l’incontro con Netanyahu. Queste condizioni hanno preso molto spazio, rendendo impossibile una visita del Papa a Nazareth e in parte limitando l’aspetto pastorale della visita, a vantaggio dell’aspetto protocollare, che naturalmente può essere positivo. Persino i vescovi della Chiesa locale di Terra Santa, eccetto il seguito papale e il Patriarca, non potranno partecipare a tutti quei momenti del lunedì mattina 26, compresa la visita alla Moschea di Omar e l’incontro con i capi musulmani. Ci dispiace, soprattutto, che a Gerusalemme i fedeli cristiani non potranno vedere il Papa, perché quando e dove passa il Papa è imposto, come dice la Polizia, il coprifuoco. Ci sarà solamente un incontro al Getsemani con i sacerdoti, religiosi e seminaristi, e la messa al Cenacolo, oltre al momento centrale del pellegrinaggio: l’incontro al Santo Sepolcro con il Patriarca ecumenico Bartolomeo e altri patriarchi e vescovi orientali. L’aspetto pastorale sarà però evidenziato molto bene durante il passaggio ad Amman, in Giordania, e a Betlemme.

Chi sono e quanti sono i suoi fedeli in Israele? Come vivono la fede inseriti in un contesto a maggioranza ebraica?
Prima una premessa: noi consideriamo sempre in modo unitario i cristiani di Israele, di Palestina e quelli aldilà del fiume Giordano e tentiamo anche, nei limiti del possibile, di non isolare i cattolici dagli altri cristiani, soprattutto da quando abbiamo celebrato il bellissimo Sinodo pastorale diocesano terminato nel 2000. Grazie a quel Sinodo consideriamo “l’essere e il lavoro insieme’’ come assolutamente prioritario.
In tutta la Terra Santa ci sono circa 450 mila cristiani, di cui 130 mila in Israele. Tra di essi vi sono i discendenti della primissima comunità cristiana di Gerusalemme, discendenti di quelli che vissero con Gesù. In Israele siamo una piccola minoranza che soffre molto, per diversi motivi, ma trova incoraggiamento e forza nel suo essere parte del grande corpo della Chiesa universale. È per questo motivo che il pellegrinaggio del Papa è di grande importanza per noi: ci fa vedere, sentire, capire di essere parte di quel corpo che è la Chiesa. Nonostante le difficoltà questa comunità rimane fedele ai luoghi santi, alla Chiesa e al Vangelo. Tuttavia c’è una forte tentazione per la minoranza cristiana di Terra Santa: l’emigrazione. Rinnovo anche io l’invito dei Papi, soprattutto del santo Giovanni Paolo II, a fare qualcosa per la Terra Santa, a pregare per la Chiesa Madre di Gerusalemme, che è in fondo la Chiesa Madre di tutte le Chiese, e a venire pellegrini per farci sentire costantemente parte della comunione cristiana.
Ci sono diverse altre comunità di cristiani in Israele: la comunità cattolica di lingua ebraica, i russi arrivati con la recente immigrazione di ebrei dalla Russia, i numerosi immigrati filippini, indiani e cingalesi, quelli che ‘chiedono asilo’ come sudanesi, etiopici, eritrei. Ogni comunità ha la sua problematica e tutti affrontano drammatiche situazioni in Israele. La nostra pastorale, nel rispetto delle loro particolarità, tenta di creare comunione tra tutti, attraverso gesti di solidarietà e promuovendo la prossimità alla comunità locale. Anche loro aspettano con tanta speranza la venuta del Papa in Israele.

Che impatto può avere la visita del Papa nei rapporti fra le religioni presenti in Terra Santa?
Durante questo viaggio Papa Francesco si fa accompagnare, come membri del suo seguito, da un rabbino e da un capo musulmano argentini. In Terra Santa avrà certamente contatti con musulmani ed ebrei, ma separatamente. L’aspetto del dialogo interreligioso insieme, a tre voci, questa volta, non ci sarà o sarà ridotto rispetto alle precedenti visite dei pontefici, esclusivamente per motivi di tempo. Non ci sarà, per esempio, un momento commovente come l’incontro del 14 maggio 2009 tra Papa Benedetto XVI e i capi delle comunità cristiane, ebraiche, musulmane e druse proprio qui a Nazareth, che possiamo chiamare “capitale dell’unità”, giacché qui Dio e l’uomo stipularono la loro alleanza. Ma in questi giorni di preparazione della visita del Papa ci sono stati dei momenti di solidarietà interreligiosa impressionanti. Dopo che si sono verificati atti di fondamentalismo e minacce nei nostri confronti, sono rimasto inchiodato nel mio salottino al Vicariato patriarcale a ricevere il flusso continuo, dalla mattina alla sera, di cristiani, ma anche di molti musulmani, di alcuni ebrei e drusi, che venivano a manifestare la loro solidarietà. È stato un momento molto profondo e costruttivo, di amicizia, partecipazione e vicinanza a coloro che sono minacciati. È stato un momento interreligioso molto forte, soprattutto tra cristiani e musulmani. Per fare due esempi, persino il famoso Sheykh Raed Salah è venuto qui con amici e colleghi. La Moschea Bianca di Nazareth ha dedicato la predica del venerdì alla solidarietà con i cristiani minacciati. Vale la pena citare testualmente una parte di quel discorso: «I cristiani sono figli di questa terra, amano questa terra, vogliono vivere in questa terra per continuare a servire tutti, ad amare tutti e a diffondere la cultura dell’amore e della vita». Il pellegrinaggio di Papa Francesco contribuirà a rinvigorire e maturare questo bisogno di dialogo e di cooperazione interreligiosi e a isolare quelle frange di fanatismo e di intolleranza.

Quindi le minacce, involontariamente, hanno innescato gesti di una solidarietà nuova, inattesa…
Certamente. Questi fatti di vandalismo e di minacce non preannunciano niente di buono, ma d’altra parte la testimonianza di solidarietà è stata un momento di coesistenza pacifica, di vero dialogo interreligioso e di mutuo sostegno tra tutte le comunità. Breve, è stata una felice preparazione indiretta alla venuta di Papa Francesco. Anche ieri, per esempio, alla Knesset di Israele e “tempio” dell’ebraismo, abbiamo vissuto un momento molto significativo di commemorazione solenne del santo Giovanni XXIII. Un papa molto apprezzato dagli Ebrei perché ha cambiato la tradizionale preghiera per i “perfidi ebrei” del venerdì santo, ha incontrato Jules Isaac dando origine all’apertura dei rapporti tra le comunità e soprattutto ha avviato il Concilio Vaticano II che è all’origine della dichiarazione Nostra Aetate (conosciuta quasi a memoria da alcuni rabbini) e perché, quando ancora era nunzio a Istanbul, come ha ricordato in modo speciale l’onorevole Isaac Herzog, figlio dell’ex presidente di Israele, Haim Herzog, e nipote del rabbino capo, Isaac Herzog, ha contribuito a salvare molti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche questa iniziativa parlamentare costituisce un’ottima preparazione, anche se indiretta, al pellegrinaggio del Papa.

Nel Sinodo per il Medio Oriente del 2010, lei affermava che «la mediazione culturale della fede è un’esigenza soprattutto nei grandi momenti di cambiamento, di novità, di tornanti della storia». Cosa intende per mediazione culturale e che ruolo può avere oggi?
Secondo la mia esperienza di oltre cinquant’anni in Medio Oriente, ciò di cui abbiamo veramente bisogno qui in Terra Santa, e in generale nelle Chiese del Medio Oriente, è la formazione, poi la formazione e ancora la formazione. Ma dobbiamo anzitutto capire quale tipo di formazione: serve una formazione basata sulla mediazione culturale, che faccia cioè passare la fede nella cultura locale tipica e la cultura nella fede, che faccia sì che la fede sia veramente incarnata e possa essere trasmessa nella vita, nel lavoro e nella cultura di ogni giorno. Questo ci manca: non c’è abbastanza fiducia nella ragione e nella cultura locale, siamo troppo fideisti, siamo esposti a vivere una fede alienata, cioè non abbastanza incarnata. Il che è un vero paradosso nella terra dell’Incarnazione.
Noi cristiani di Terra Santa e di tutto il Medio Oriente, per esempio, siamo quasi completamente ignoranti del pensiero, della teologia e della patrologia araba originale locale che fa parte del nostro patrimonio. Questo comporta tanti problemi, come la già citata emigrazione. Perché i cristiani vogliono emigrare? Perché si sentono stranieri in terra loro! Sentono che persino la lingua araba non è loro ma è qualcosa che appartiene piuttosto ai musulmani, anche se questo non è vero. Ecco perché penso sia assolutamente prioritario, per imprimere un cambiamento di lavoro e prospettiva della Chiesa in Medio Oriente, in momenti di trasformazione come questi, far rinascere nei cristiani un amore e una conoscenza del loro patrimonio di fede e cultura, cioè una mediazione culturale.



Pubblicato Sabato 31 Maggio 2014 - 07:48 (letto 1890 volte)
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