Promessa per l'umanità sfigurata - Enzo Bianchi

teologiacristiana.pngsconosciuto ha scritto:

“Ho visto una grande luce!”. Così, rientrando di corsa in casa la mattina del 6 agosto 1945, una giovane madre giapponese che abitava a un centinaio di chilometri da Hiroshima aveva esclamato abbracciando il suo figlioletto di dieci anni, Kenzaburo Oe, futuro premio Nobel per la letteratura. Aveva fatto la sua tragica comparsa all’orizzonte dell’umanità la bomba atomica. Luce di morte e di devastazione.

Eppure il cristiano non può non collegare quella data (il 6 agosto) e quell’esperienza (“una grande luce”) alla festa della Trasfigurazione del Signore che proprio in quella data si celebra a partire dal IV secolo in Oriente e dall’XI in Occidente.

Così il Vangelo secondo Matteo descrive quell’evento indescrivibile: “Gesù fu trasfigurato (letteralmente: “cambiò d’aspetto”) davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni: il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17,2). In questa festa, quasi ignorata o celebrata distrattamente nell’euforia vacanziera che contagia anche molti cristiani, si contempla il volto del “Figlio dell’uomo” radioso di una luce destinata a tutto l’universo, all’umanità intera, perché è la luce della vita divina che in Cristo vuole raggiungere ogni creatura: una luce di vita e di comunione.

Eppure, fin dalla sua fissazione da parte dei monaci della Palestina, la scelta dell’inizio di agosto per questa commemorazione ha avuto anche un’altra coincidenza estremamente gravida di senso: in quegli stessi giorni, infatti, cade il 9 del mese di Av secondo il calendario ebraico, giorno di digiuno e di lutto in cui il popolo di Israele fa memoria della distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme (avvenute rispettivamente nel 586 a.C. e nel 70 d.C.) e, a partire da lì, di tutte le altre tragedie che ne hanno contrassegnata la storia, come la cacciata dalla Spagna nel 1492, fino alla “catastrofe” massima, la shoah dello sterminio nazista del secolo scorso.

Così, nata per contemplare Cristo nuovo Tempio, non fatto da mani d’uomo, in coincidenza con la memoria della distruzione del Tempio costruito dall’uomo, nata per celebrare il destino di luce che attende ogni uomo, la Trasfigurazione ha finito per vedere il suo significato arricchirsi tragicamente del ricordo di una luce – che acceca l’umanità che ne è colpita e abbrutisce l’umanità che la scatena – e della commemorazione dell’annientamento del luogo e del popolo scelto da Dio per manifestarsi. Mentre i cristiani, nelle loro chiese inondate di luce, celebrano la gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo, gli ebrei, nelle sinagoghe semibuie per la fioca luce di un unico lume, leggono il libro delle Lamentazioni.
E su tutti, lugubre e inquietante, grava l’ombra di un bagliore di morte, la nube luminosa di una luce sterminatrice. Paradosso sconvolgente: la luce di vita della Trasfigurazione, che proviene da Dio e annuncia il futuro del mondo in Cristo, contrasta con la luce di morte prodotta dall’uomo che minaccia il presente del mondo e ne compromette il domani.
La Trasfigurazione ricorda la bellezza cui l’umanità e l’universo intero sono destinati, Hiroshima e la shoah testimoniano l’abbrutimento di cui l’uomo è capace; la Trasfigurazione evoca, concentrandola nel Cristo, la gloria cui è destinato il corpo umano, il cosmo stesso, Hiroshima e la shoah rivelano la capacità dell’uomo di sfigurare la carne umana, di deturpare il corpo e lo spirito, di devastare il cosmo.

Celebrare la Trasfigurazione per un cristiano significa allora anche un appello alla responsabilità e un’esortazione alla com-passione, alla dilatazione del cuore nei confronti dell’uomo sofferente. Non a caso, per i Vangeli, il Cristo che conosce la Trasfigurazione è quello che ha appena annunciato per la prima volta il destino di passione e morte che lo attende, lo sfiguramento che patirà da parte degli uomini (cf. Mt 16,21-23): di fronte al male, Gesù sceglie di esserne vittima piuttosto che ministro.
La Trasfigurazione diviene così il sì di Dio al Figlio che accetta la via della radicale solidarietà con gli oppressi e le vittime della storia. Mistero della sofferenza, allora, quello racchiuso al cuore della stessa Trasfigurazione: essa trova nel dinamismo pasquale di morte-risurrezione, di sofferenza-vivificazione la propria logica.

Inoltre, se il 9 di Av evoca le sofferenze degli ebrei e Hiroshima ricorda le sofferenze degli uomini tutti, il Cristo (che è ebreo e lo è per sempre) è colui che raduna nel suo corpo di uomo, nella sua carne ebraica le sofferenze dell’umanità intera. E la sua Trasfigurazione diviene speranza universale per ogni sofferente, anzi, per la reazione tutta che geme nell’attesa della redenzione (cf. Rm 8,22). Ai cristiani spetta allora il compito di celebrare la Trasfigurazione sperando per tutti gli uomini; il fare memoria di questo evento della vita di Gesù è infatti la promessa che anche il nostro corpo di miseria e di peccato sarà trasformato, così da ristabilire in noi l’immagine piena di Dio.
La Trasfigurazione è il pegno che Dio lavora per conformarci al suo Figlio, fino a renderci somiglianti a lui; è anche il pegno che tutto il nostro essere sarà trasfigurato, senza rotture con la nostra situazione umana: neanche le nostre passioni, i nostri sensi, i nostri affetti umani saranno distrutti ma trasfigurati attraverso una purificazione il cui protagonista è Dio. Vissuta in questa attesa, la Trasfigurazione diverrà una festa che già nell’oggi accende bagliori di speranza nei cuori e illumina le coscienze suscitando compassione, corresponsabilità, fraternità autentica.


Pubblicato Sabato 10 Agosto 2013 - 06:46 (letto 2118 volte)
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