Asia-Africa: cristiani perseguitati - M. Fitzgerald

teologiacristiana.pngsconosciuto ha scritto:

Un punto basilare dell’insegnamento della Pacem in terris è la dignità della persona umana (n. 9), che costituisce il fondamento per determinare diritti e doveri di individui, gruppi e stati.
Il primo diritto citato è il diritto all’esistenza (n. 11), perché è la persona vivente a essere soggetto di ulteriori diritti...

Fra questi c’è la libertà nella ricerca del vero e - nei limiti dell’ordine morale e del bene comune - la libertà di manifestare e diffondere il proprio pensiero (n. 12).
Questo conduce a un altro diritto: quello di onorare Dio secondo il dettame della propria coscienza e di professare la propria religione sia in privato sia in pubblico (n. 14). C’è anche il diritto di riunione e di associazione (n. 23), un diritto importante per la pratica della religione che. La vita sociale deve essere basata su verità, giustizia, amore e libertà (n. 35).
È interessante notare che la PT non parla della persecuzione dei cristiani. Questo non significa che allora non esistesse; non bisogna dimenticare che l’enciclica risale al tempo della Guerra fredda, quando i cristiani soffrivano molto sotto il regime comunista. E non parla neppure del dialogo interreligioso, un’espressione che non era ancora entrata nell’uso. Nell’enciclica non manca comunque un incoraggiamento al dialogo.
Si parla della convivenza umana come di un condividere il meglio di sé; come di una ricca assimilazione di valori spirituali; come di una collaborazione con altri, anche con coloro che non sono cristiani, per il bene dell’umanità.

La persecuzione dei cristiani

Qui ci occupiamo delle persecuzioni, purtroppo, ancora in corso nel nostro mondo, perpetrate dallo Stato e la violenza esercitata da individui o gruppi. Anche riguardo agli Stati, esistono notevoli differenze.
Il governo della Repubblica popolare cinese afferma di non essere contrario all’esistenza di religioni diverse e, in realtà, in questo vasto territorio esistono comunità buddhiste, cristiane e musulmane. Esso mira piuttosto a controllare le religioni. Perciò ha istituito l’Associazione patriottica cattolica cinese. Il governo si oppone soprattutto alla Santa Sede, considerandola un’interferenza straniera. I cattolici che vogliono mantenere il legame con la Santa Sede e l’obbedienza al santo padre, specialmente chi ha un ruolo di guida della Chiesa, come i vescovi e i preti, sono spesso imprigionati o sottoposti a «rieducazione». Comunque in Cina le chiese esistono e le comunità possono riunirsi per il culto.
In Arabia Saudita la pratica pubblica del cristianesimo è vietata e non si possono costruire chiese. In base alla politica ufficiale, i cristiani sono liberi di praticare la loro religione privatamente, ma non di riunirsi in assemblea per il culto. In realtà, tutte le associazioni sono rigidamente controllate. Pur essendovi nel paese milioni di cristiani è vietata qualsiasi manifestazione pubblica del cristianesimo e chi viene trovato in possesso della Bibbia o di pubblicazioni religiose viene incarcerato.
In Marocco, come in altri paesi del Nord Africa, le chiese esistono, ma possono essere frequentate solo da stranieri. Sia il Marocco sia la Tunisia hanno piccole comunità ebraiche ufficialmente riconosciute. In Algeria e in Tunisia vi sono alcuni cristiani locali la cui esistenza sembra tollerata, ma chi si converte al cristianesimo rischia di essere perseguito e punito. In Marocco, in particolare, ogni forma di propaganda cristiana, considerata proselitismo, è severamente vietata. In Pakistan le comunità cristiane sono una piccola minoranza. Lì a creare problemi sono le leggi sulla blasfemia, che possono essere invocate per svariate ragioni, mentre l’opinione pubblica si solleva facilmente contro coloro che sono accusati di diffamare il Profeta o di dissacrare il Corano. Molti, sia cristiani sia musulmani, chiedono l’abolizione, o almeno la modifica, di queste leggi, ma finora nessun governo ha avuto la volontà di affrontare la questione.

Nel Nord della Nigeria si sono registrati recentemente molti attacchi contro le chiese, perpetrati, a quanto sembra, da Boko Haram, un movimento islamico contrario alla cultura occidentale ritenuta distruttiva dell’islam. Questo movimento è favorevole a una rigida applicazione della sharia, già introdotta in una serie di stati nel Nord della Nigeria. Alcuni rimproverano al governo federale negligenza e debolezza nell’opposizione a Boko Haram, ma esso non può essere accusato di persecuzione dei cristiani.
Anche in Egitto si sono registrate aggressioni contro dei cristiani, con la distruzione di chiese, negozi e abitazioni. Questa violenza, compiuta da gruppi islamisti, viene condannata dal governo e dai capi religiosi, sia cristiani sia musulmani. I cristiani lamentano un’insufficiente protezione da parte delle forze dell’ordine.
E lamentano anche forme di discriminazione. La libertà di culto esiste e le chiese delle varie comunità cristiane sono frequentate. Si potrebbe comunque affermare che non esiste libertà di religione, nel senso che è molto difficile, se non impossibile, per un musulmano egiziano abbracciare la fede cristiana ed essere riconosciuto ufficialmente come cristiano.

In Siria il conflitto in corso ha causato enormi sofferenze ai cristiani, come a tutti gli altri cittadini del paese. Ma, se sono state colpite delle chiese e altre proprietà cristiane, è spesso perché esse sono state requisite e utilizzate come basi per i combattimenti. È anche il carattere fortemente islamico di molte forze di opposizione ad aver dato luogo ad atti di violenza contro i cristiani. Pure in Iraq i cristiani sono stati attaccati da vari gruppi e, se è difficile dare la colpa al governo, i cristiani sentono di non essere sufficientemente protetti.

In altre parti del mondo, in India, in Brasile e in altri paesi dell’America Latina, singoli cristiani sono spesso assassinati. Questo a causa delle loro attività a favore dei poveri e degli oppressi. Nel 2011 mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede presso gli uffici ONU di Ginevra, affermava che, in base a un’indagine, su 100 persone uccise a causa dell’odio religioso, 75 erano cristiane.
La Santa Sede ha chiesto una maggiore attenzione al fenomeno della cristianofobia. Ora dobbiamo vedere se il dialogo interreligioso può servire in queste situazioni e, se sì, in che modo.

Il ruolo del dialogo interreligioso

Il documento Dialogo e annuncio afferma che «in un contesto di pluralismo religioso, il dialogo significa l’insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi, per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento, nell’obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà. Ciò include sia la testimonianza, che la scoperta delle rispettive convinzioni religiose».
Uno degli scopi del dialogo interreligioso - in realtà, il primo - è quello di permettere a persone di religioni diverse di vivere insieme in pace e in armonia. Questo è specialmente lo scopo del dialogo della vita «dove le persone si sforzano di vivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni».
Questo è molto importante, perché persone di religioni diverse che vivono insieme, e non solo fianco a fianco, come un’unica comunità umana, riescono più facilmente a resistere a influenze esterne che possono provocare tensioni settarie e violenze.
Eccone un esempio. La distruzione della moschea Babri ad Ayodhya, in India, nel 1992, causò gravi scontri fra hindu e musulmani. A Coimbatore (Tamil Nadu, hindu), uno dei capi della polizia, invitò un prete cattolico ad accompagnarlo nella visita ai quartieri della città dove più facilmente poteva esplodere la violenza, per calmare la popolazione. Questo fu possibile perché i due intrattenevano già un buon rapporto, sviluppato attraverso le attività del centro di dialogo cattolico. Analogamente successe a Mumbai. Non si deve presumere che questo dialogo della vita si sviluppi automaticamente. Un gruppo di dialogo cristiano-musulmano della West Coast degli Stati Uniti ha riconosciuto che «un’accurata informazione introduttiva è il primo passo per superare le reciproche false idee e visioni negative e per abbattere le barriere che ostacolano la comprensione».
E hanno sottolineato la fatica di rispondere ad «accuse false e attribuzioni casuali di colpe, ma hanno riconosciuto anche la necessità di affrontare i loro propri pregiudizi.
Questo apre dunque anche al dialogo delle opere, nel quale persone di religioni diverse lavorano insieme per la promozione della giustizia, della riconciliazione e della pace. Un bell’esempio è quello di Kaduna in Nigeria, dove il pastore protestante e l’imam si sono impegnati insieme in missioni di riconciliazione. Ognuno di loro aveva lottato per la propria causa, ma poi si era reso conto che la violenza avrebbe prodotto solo altra sofferenza. Perciò si sono incontrati, sono diventati amici e da allora viaggiano insieme, sia in Nigeria sia all’estero.

In forma più ufficiale, la Conferenza mondiale sulle religioni per la pace, ora chiamata Religioni per la pace, si è impegnata nell’istituzione di consigli interreligiosi a livello nazionale e regionale. L’iniziativa si è dimostrata (anche attraverso delle visite insieme) molto importante in luoghi nei quali i conflitti hanno assunto una colorazione interreligiosa, come in Bosnia, in Africa e più di recente in Myanmar.
Si può collaborare a livello interreligioso per opporsi a leggi ritenute ingiuste, come nel caso delle leggi relative alla blasfemia in Pakistan. Lì i musulmani hanno appoggiato l’appello dei cristiani per un cambiamento di queste leggi. Quest’azione comune è stata possibile grazie alle iniziative di comunione e collaborazione pro- mosse dall’Associazione pakistana per il dialogo interreligioso.
Questo suppone anzitutto una discussione, per cui occorre il dialogo formale su temi teologici o sociali. Nel corso degli anni, il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ha organizzato incontri nei quali si sono esaminati o toccati vari aspetti dei diritti umani, soprattutto con i musulmani (sui diritti dei bambini, sull’uso delle risorse della terra, su migranti e rifugiati, sul posto della religione nella società, sulle fonti religiose per la pace secondo i libri sacri e sulla libertà religiosa).
Questi scambi possono non essere pienamente soddisfacenti e possono sembrare gocce in un mare di conflitti, ma favoriscono una maggiore comprensione e incoraggiano la collaborazione per il mantenimento della pace.

I limiti del dialogo interreligioso

La discussione e l’azione devono essere accompagnate dalla preghiera. Fu questa convinzione a indurre il beato Giovanni Paolo II a invitare i cristiani e i seguaci di altre religioni ad Assisi nell’ottobre del 1986 per pregare per la pace. E successivamente per gli attentati terroristici del settembre 2001.
La preghiera dovrebbe condurre all’azione. Al riguardo, la dichiarazione conciliare Nostra aetate, dice: «Non possiamo, però, invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati a immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli uomini fratelli sono così connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama, non ha conosciuto Dio” (1Gv 4,8).
Viene quindi tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che, tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, introduce discriminazione in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne derivano». Ma, a volte la sofferenza è talmente grande che le parole delle nostre preghiere sembrano inadeguate e, come Giobbe, siamo ridotti al silenzio. Tuttavia anche questo silenzio condiviso può essere un potente incentivo a continuare a lavorare per il superamento di tutte le manifestazioni di violenza. Quale conclusione possiamo trarre da queste riflessioni? 1) Una prima conclusione potrebbe essere la necessità di rispettare i limiti del dialogo interreligioso. Da solo non può eliminare le persecuzione che subiscono i credenti delle varie religioni. Esso è probabilmente più una medicina preventiva, che una cura.
2) Di solito sentiamo parlare molto di persecuzione e di violenza, perché attirano in modo particolare l’attenzione dei media. L’assenza di conflitto è considerata una notizia non interessante. Bisogna incoraggiare i media a riferire le buone notizie delle innumerevoli situazioni positive. Questi esempi possono rappresentare una forma positiva di lotta contro la discriminazione e la persecuzione.
Termino, in questa festa di san Francesco e in sintonia con la visita di papa Francesco a Assisi, con quest’invocazione:
«Quasi cieco, Francesco cantò la bellezza della creazione di Dio. / Giunto fino al cuore della guerra, riconobbe la presenza di Dio nel cuore del «nemico»./ Riconoscendosi peccatore fra peccatori, pianse al pensiero della misericordia di Dio. / Per la sua intercessione, possiamo essere, nonostante la nostra cecità, operatori di pace, umili ma riconoscenti, ed essere così degni figli del nostro Dio».



Pubblicato Domenica 04 Maggio 2014 - 06:45 (letto 1850 volte)
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